Medici senza frontiere è una delle 46 organizzazioni che ha promosso la campagna #Ioaccolgo. MSF lavora sia in zone di conflitto dove milioni di persone sono costrette alla fuga, paesi come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, il Sud Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, sia in Europa e nelle Americhe dove garantisce cure lungo alcune delle tratte migratorie più pericolose e fatali del mondo. MSF assiste, inoltre, tantissimi sfollati nei paesi con il più alto numero di rifugiati, come il Pakistan, il Bangladesh, il Libano.

In Italia, la ong definita per prima da alcuni membri del governo italiano “taxi del mare”, porta avanti diversi progetti di assistenza medica e psicologica a migranti, rifugiati e richiedenti asilo. A Roma, ad esempio, Msf gestisce un centro di riabilitazione per i sopravvissuti alla tortura e per le vittime di trattamenti crudeli e degradanti, promuovendo l’accesso di rifugiati e migranti al servizio sanitario nazionale, superando così le barriere linguistiche e amministrative. Ecco le loro storie, che sono state raccontate dall’organizzazione nella giornata mondiale del rifugiato, il 20 giugno scorso. 

Dal Venezuela alla Colombia. Marilyn Diaz e la sua famiglia sono arrivati a Tibù (in Colombia) un anno e mezzo fa, dopo aver lasciato il Venezuela a causa di difficoltà economiche. MSF ha assistito Marilyn durante la gravidanza e il suo primo figlio quando ha smesso di mangiare. La donna ha raccontato che:  «Mi sono rivolta a MSF perché ero incinta, avevo problemi fisici e mio figlio aveva praticamente smesso di mangiare. Hanno visitato entrambi. Mio figlio era sottopeso, gli hanno dato del cibo terapeutico e ora sta molto meglio. Ho partorito 3 giorni fa, qui in ospedale. È andato tutto bene. Qui sopravviviamo, ma non vediamo l’ora di tornare a casa».

Sekou, ( il nome è di fantasia) invece, è un giovane originario della Guinea che vive in Italia da qualche anno. Qualche tempo fa mentre lavorava si è rotto un braccio, e il suo datore di lavoro l’aveva lasciato davanti all’ospedale di Torino senza che l’uomo avesse nemmeno una tessera sanitaria. Così gli operatori di Medici senza Frontiere, che nel quartiere Ex MOI di Torino dove l’uomo abita, portano avanti dal 2016 un progetto di orientamento ai servizi sanitari pubblici territoriali rivolto ai residenti delle “palazzine” in collaborazione con la Asl locale, l’hanno aiutato.  «Mi hanno accompagnato in ospedale per l’operazione e per la fisioterapia. Mi hanno aiutato anche quando ho deciso di denunciare il mio titolare che al pronto soccorso non aveva dichiarato che ero stato vittima di un incidente sul lavoro», ha raccontato l’uomo: «Non parlando l’italiano, è come se non riuscissi a fare niente da solo».  

Così gli operatori di Medici senza Frontiere, che nel quartiere Ex MOI di Torino dove l’uomo abita, portano avanti dal 2016 un progetto di orientamento ai servizi sanitari pubblici territoriali rivolto ai residenti delle “palazzine” in collaborazione con la Asl locale, l’hanno aiutato.  «Mi hanno accompagnato in ospedale per l’operazione e per la fisioterapia. Mi hanno aiutato anche quando ho deciso di denunciare il mio titolare che al pronto soccorso non aveva dichiarato che ero stato vittima di un incidente sul lavoro», ha raccontato l’uomo: «Non parlando l’italiano, è come se non riuscissi a fare niente da solo».  

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